di  L.A.

1.

“La ringrazio per il suo contributo decisamente risolutivo, cara Alice.” A parlare era stato un uomo di mezza età, corporatura media, sguardo severo e dai folti capelli bianchi. “Invito tutti a brindare ad Alice e Carl che hanno brillantemente risolto l’intricato caso dei Newville.” L’intero locale applaudì, mentre Alice arrossiva. Chiarirlo era stato piuttosto semplice, anche se, secondo il dipartimento di polizia di New York, era stato agevole quanto una corsa a tre gambe, pratica vivamente sconsigliabile.

Quella sera l’intero dipartimento di polizia, o quasi, si era riversato al Mr. Perry’s, un pub di Manhattan frequentato da poliziotti e non solo. “Ehi Ali, dovresti essere soddisfatta!” Alla detective Abbott si era avvicinata una ragazza afro-americana molto alta, dagli inusuali occhi azzurri e un sorriso degno della pubblicità dei dentifrici. “Miranda!” esclamò e abbracciò la sua migliore amica. “Ho avuto un’idea grandiosa per i tuoi prossimi giorni di ferie” continuò con voce stridula quest’ultima, s’interruppe per qualche istante e poi: “Sai che di professione faccio la modella… mi hanno ingaggiato per una sfilata d’alta moda a Parigi, parto domattina presto, ti va di accompagnarmi?” Alice la guardò incerta per alcuni istanti, poi quasi urlò per l’entusiasmo: “Molto volentieri!”

Di lì a poche ore si ritrovò abbandonata in un confortevole sedile dell’Airbus 780 della FlyLines, assorta nel ricordo di quella stupenda serata e intenta a contemplare la propria immagine riflessa nel finestrino. Quella mattina si era dovuta svegliare all’alba, tuttavia lo chignon le era riuscito piuttosto bene, i lunghi capelli rossi raccolti si distinguevano chiaramente nel riflesso insieme ai suoi occhi azzurro cielo, il naso all’insù e alle odiate lentiggini. S’intravvedeva anche parte della sua figura. Era una ventinovenne non molto alta e di corporatura normale, indossava un vestito rosa carne che le evidenziava i fianchi stretti, cosa certamente non voluta, dato il suo carattere restio a mettersi in mostra.

“Salve!” A parlare era stata una voce maschile che le suonò vagamente familiare, si voltò e vide degli occhi verde pastello in un volto sorridente. “Sono Kevin Martin, ho preso parte al caso Newville” proseguì. “Salve, Alice Abbott, anche lei è diretto a Parigi?” chiese un po’ titubante. “Sì, sono in visita da mio fratello che vi risiede da quando si è sposato con una modella francese” rispose mentre verificava il posto assegnatogli. “Fila 8, Posto F” bisbigliò. Il sedile accanto al suo! C’era da aspettarselo, Miranda aveva sicuramente trovato posto su un volo precedente e, come suo solito, non l’aveva avvisata. “Piacere di conoscerla” concluse lei.

Durante il viaggio continuarono a discorrere dei più svariati argomenti: omicidi, rapimenti, cocktail alla frutta e di quanto le hostess di quel volo fossero sbadate. “Gentili passeggeri, tra pochi minuti atterreremo all’aeroporto Charles de Gaulle. Vi invitiamo a prendere posto, allacciare le cinture di sicurezza e spegnere tutti i dispositivi. Grazie per aver volato con noi” annunciò una voce.  Alice si voltò verso Kevin che non riusciva ad allacciare la cintura di sicurezza e gli mostrò come fare. “Hai per caso una gomma o una caramella?” gli chiese. Sin da piccola in fase d’atterraggio ad Alice si tappavano le orecchie e ancor oggi non sopportava quando le accadeva. “Certo, sono alla fragola. Non sei allergica, vero?” replicò e gliene porse una.

 

2.

Il tempo a Parigi non era dei migliori: minacciose nuvole nere si addensavano in cielo e una pioggia copiosa bagnava i finestrini del taxi che Alice aveva preso fuori dall’aeroporto dopo aver salutato Kevin. Miranda le aveva prenotato una stanza in un hotel in centro e l’aspettava nella hall. Sprofondata in un divanetto rosso di pelle, con i consueti tacchi alti e un vestito turchese era intenta a sfogliare una rivista di moda quando la vide entrare. “Alice” esclamò e si alzò per andare a salutare l’amica. “La sfilata è stata posticipata alle 21, poi ci sarà un buffet. Sono le 18, vuoi che ti dia una mano a prepararti?” La detective le rivolse uno sguardo colmo di gratitudine; se era una frana in qualcosa, questo era acconciarsi i capelli e truccarsi – una volta si era persino infilata il mascara nell’occhio. “Te ne sarei veramente riconoscente Miri. Com’è stato il tuo volo?” “Discreto, ero vicina ad una mia collega, Katie Johns, non particolarmente affabile, ma ci siamo ‘divertite’ comunque, per quanto ci si possa divertire a parlare di borse.  E il tuo?” Alice le raccontò di Kevin – Miranda mostrava particolare interesse per l’argomento – e delle hostess dalle ‘mani di palta’, poi fecero il check in e salirono in camera.

La stanza nel complesso era graziosa: c’era un’ampia finestra che si affacciava su una piazzetta, il letto vicino alla finestra, lì accanto un divanetto in pelle proprio di fronte alla TV, alti armadi ai lati e dietro una porta bianca il bagno. “Carina, vero?” disse Miranda “La mia si affaccia su dei giardini, preferisco la tua, non sai quanti insetti!” proseguì. Alice aveva paura di qualsiasi insetto, anche delle farfalle e delle coccinelle, tuttavia disse: “Grazie Miri per la stanza, ma non temere, gli insetti scapperanno appena metterai il tuo profumo alla lavanda!” e scoppiarono a ridere.

Trascorsa una mezz’ora Alice era quasi irriconoscibile: indossava, o meglio Miranda l’aveva costretta ad indossare, un vestito verde acqua non troppo lungo con una cintura di stoffa nera posizionata fra la gonna e il corpetto, aveva raccolto i capelli in una coda alta, si era messa il mascara, un po’ di eyeliner e pochissimo ombretto della stessa tonalità del vestito. Miranda non si sarebbe cambiata, dovendo sfilare, oltretutto quel vestito turchese le stava d’incanto.

 

3.

Alle 20.30 Alice varcò la soglia del palazzo settecentesco in rue de l’Université e si diresse alla sala dove si sarebbe tenuta la sfilata. Al centro una passerella si diramava in altre due che giravano attorno alle sedie degli spettatori per poi ricongiungersi nel punto di partenza. La sua attenzione fu subito catturata dai tecnici intenti a sistemare nervosamente una luce. C’erano parecchie persone, un centinaio forse, in abiti eleganti di griffe più o meno note. Alle 21 in punto la sfilata ebbe inizio, ma Alice, causa il fuso orario, faticava a stare sveglia e, se non fosse stato per la musica, si sarebbe appisolata. Passarono giapponesi con giacchette bizzarre, austriache con cappelli che lei non avrebbe mai comprato, islandesi dai capelli biondissimi e finalmente arrivò Miranda con indosso una salopette di jeans, una giacca a strisce bianche e blu su fondo rosa, una borsetta blu cobalto e dei tacchi a spillo vertiginosi.

Terminata la prima parte della sfilata, ci fu una breve pausa, poi iniziò la seconda. La prima modella a sfilare era inglese di origine indiana, aveva la pelle olivastra, una lunga treccia e occhi scurissimi che le conferivano un alone di mistero, camminava con disinvoltura, anche lei con tacchi altissimi, mentre le luci illuminavano il suo incedere. Raggiunto il punto in cui le due passerelle si ricongiungevano, come nella prima parte, le luci si spensero per consentirle di ‘scomparire’ mentre la collega ‘appariva’ con notevole effetto scenico. Al riaccendersi però sulla passerella non c’era solo la seconda indossatrice, ma, esattamente nel punto in cui le luci si erano spente, il corpo accasciato dell’inglese, cianotica in volto, le pupille dilatate e la bocca coperta di una schiuma sanguigna.

Continua…

SECONDA PUNTATA

Immediatamente ci fu un grande caos, la gente correva a destra e a manca, qualcuno urlava in francese, gli addetti alla sicurezza cercavano di far uscire ordinatamente le persone dalla sala, mentre le modelle si riversarono sulla passerella. Nel frattempo Alice corse verso la ragazza e, dopo aver rimosso il braccialetto che le ornava il polso, controllò il battito, ma non sentì nulla. Sulla passerella era salito anche un uomo robusto dagli occhi giallognoli con in mano la valigetta del pronto soccorso, delle sirene si sentivano in lontananza. “NON la tocchi, ormai è morta” disse lei “sono una detective e potrebbe compromettere la scena.” Il medico si fermò e domandò: “E’ sicura che sia morta?” Alice annuì e aggiunse: “Servirà la conferma del laboratorio di medicina legale, ma ritengo sia stata avvelenata… guardi gli occhi, la pelle e la bocca… avvelenamento da cianuro.” Il medico assentì.

Alice era abituata ai cadaveri, era il suo lavoro, tuttavia le veniva sempre da piangere quando li vedeva, pensava ai loro parenti, amici, figli… “LINDA!” urlò una ragazza asiatica, una modella, visibilmente sconvolta. “E’… è … morta?” chiese e scoppiò in lacrime. “Signorina, si calmi, mi dispiace per la sua perdita, ma lei potrebbe aiutarci a trovare chi l’ha uccisa” disse consolandola Alice. “Come? Linda è stata assassinata?!” esclamò incredula e riprese a piangere. Ci volle una buona mezz’ora, una tisana e della musica classica per tranquillizzare la ragazza giapponese, poi Alice le chiese: “Conosceva bene la vittima? Le era affezionata?” L’altra prese il piccolo fazzoletto di stoffa che serviva ad abbellire la sua giacca e si soffiò il naso: “Sì, era come una sorella per me, ci siamo incontrate un paio d’anni fa quando cercavano modelle per una sfilata non molto importante. Da allora ci siamo frequentate spesso sia per lavoro che in privato. Le nostre carriere procedevano in parallelo, per così dire.” “Lei era la seconda modella, quella che stava entrando, giusto?” “Sì, ero io.” Alice prese un block-notes e iniziò a scrivere. “Spero di non infastidirla troppo con tutte queste domande, considerata la situazione, ma lei conosce qualcuno che potesse avere un movente?”  “No, insomma tutti la adoravano… il suo sogno era diventare una modella di punta, ma del resto è quello di tutte noi.” La detective Abbott scrisse un appunto in modo frettoloso, come al solito era tutto abbreviato, poi alzò la testa e ringraziò la modella per la sua gentilezza e le consigliò di riposare.  Poi, prima di andarsene aggiunse: “Un’ultima cosa, come si chiama?” “Nomi Watanabe” rispose la ragazza “e lei?” “Alice Abbott” e si allontanò.

Appena Alice lasciò Nomi s’imbatté in un ragazzo dagli occhi verde pastello e un ciuffo biondo. “Kevin!” esclamò. “Cosa ci fai qui?” chiese lui. “Miranda, la mia amica di cui ti ho parlato, fa l’indossatrice e sfilava oggi” replicò lei. Kevin la guardò: “Anche mia cognata, mi ha chiamato lei in effetti. La polizia francese, terminati i primi rilievi, ha già predisposto il trasferimento del cadavere per l’autopsia, per accertare cosa sia successo a quella povera ragazza… non un colpo d’arma da fuoco, non ferite evidenti… oppure sì… magari hanno sostituito il vestito o le hanno…” Alice lo interruppe: “Mostra sintomi d’avvelenamento da cianuro; come non si sa, indagheremo. Per il momento escluderei il pubblico e comincerei piuttosto da modelle e staff. Ci vediamo domani, adesso c’è troppo caos per organizzare un interrogatorio.” Kevin la guardò e disse: “Mia cara ‘frena’, titolare delle indagini è la polizia francese e non so se ammetterà ingerenze da parte nostra.” La ragazza si fermò di colpo, era vero: non erano a New York, erano a Parigi. “Possiamo chiedere di farci partecipare alle indagini.” Lui la fissò incredulo e aggiunse: “Tu vuoi lavorare in vacanza?” “Verremmo comunque ascoltati, quanto meno io, avendo assistito alla sfilata” rispose Alice e il detective Martin prese il telefono e fece la richiesta.

 

4.

“ALICE!” aveva urlato Miranda appena l’aveva vista nella hall dell’hotel “Allora, è vero? Linda è stata assassinata?” La ragazza fece un cenno positivo. “Molto probabilmente l’hanno avvelenata con del cianuro” disse, poi si ricordò che Miranda era una modella della sfilata e aggiunse: “Tu hai notato qualcosa di strano? Beve o mangia qualcosa prima di salire in passerella?” L’amica fece ‘no’ con la testa: “No, era la mia vicina di postazione al trucco e avrei notato una bevanda, del cibo o qualcosa di insolito.” Alice stava per ringraziare, ma il suo telefono vibrò nella borsa, lo tirò fuori, sullo schermo un messaggio: Il capitano Dumont della polizia francese ha acconsentito a che tu prenda parte alle indagini, la detective incaricata del caso si chiama Tina Renoir, non ha molta esperienza. Ci sarò anch’io comunque, a domani. “Chi è?” chiese Miranda “Kevin, lavorerò anch’io al caso. A proposito, domani dovremo interrogarvi tutte, quante siete?” La modella si fece cupa: “Dieci, anzi nove…”.

5.

Alle sette in punto si alzò grazie a Kevin che l’aveva fatta chiamare dalla receptionist. “E’ importante!” le aveva detto.  “Non posso svegliare un ospite alle sette del mattino solo perché me lo chiedete” aveva ribattuto la ragazza in un perfetto inglese, ma dopo un serrato ‘botta e risposta’ Kevin ebbe la meglio e poco dopo Alice fece la sua comparsa sulle scale con il solito chignon, una camicetta ocra e dei jeans. “Novità?” chiese. “Se vieni con me all’obitorio, avrai notizie di prima mano. Avevi ragione comunque, avvelenamento da cianuro, ma nessuno sa come o perché. Ora tocca a te e alla detective Renoir, vi aspettano gli interrogatori.”

L’obitorio era un luogo freddo, spoglio e anche un po’ ‘malinconico’. Ad accoglierli c’era un omino esile e un po’ ricurvo. “L’autorizzazione, prego” aveva chiesto e Kevin mostrò due pezzi di carta, poi ne diede uno ad Alice. “Il decesso è avvenuto per arresto respiratorio causa avvelenamento da cianuro” continuò “le farò recapitare le analisi complete del laboratorio stasera direttamente in hotel.” “Ottimo, grazie… quindi, nel breve lasso di tempo in cui le modelle si sarebbero dovute scambiare, la signorina Smith ha avuto un arresto respiratorio e successivamente è stata rinvenuta morta” rimarcò Alice. Kevin stava per dire qualcosa, ma gli fece cenno di aspettare. “Possiamo vedere il corpo?” domandò lei. Il dottor Roberts fece segno di ‘no’ con la testa: “I parenti lo hanno richiesto e già ottenuto, sono persone influenti… siamo stati costretti. Ho scattato delle foto però” e le sparse sul tavolo. Ad occhio nudo non traspariva nulla più di quanto già osservato in passerella. “Posso prenderne una?” chiese Alice e il medico annuì. Poi uscirono e si diressero al palazzo settecentesco.